Il successo ai Mondiali, il bronzo a Salt Lake City, e adesso la sua prima sfida invernale: la Coppa del Mondo. La sciatrice altoatesina è condannata a volare. Ecco perchè, di questi tempi, guarda solo i paletti mentre si allena sulla schiena del ghiacciaio. Accarezzando la neve, suo unico grande amore.
Si rende conto che sta arrossendo. E allora gli ampi zigomi si accendono ancor di più, come certe mele dell'Alto Adige. Anche le mani piccole e forti sono rosse, neanche avesse lavato le lenzuola nel torrente gelato. Invece ha ancora addosso quello strano caldo che ti dà la neve, non importa quanto freddo fa. Improvvisamente, l'euforia dei globuli diventa torpore, le palpebre s'appesantiscono, le labbra ben disegnate stentano a schiudersi, a svelare i bianchissimi dentini aguzzi, i capelli castani, striati di ciuffi ramati (unico vezzo o, forse, scaramanzia) s'imbrattano dei vapori accumulati dal corpo inguaiato nella tuta. Karen Putzer, la promessa della Valanga Rosa, allunga le gambe tornite di muscoli sotto la panca dell'hotel e si abbandona al tepore che viene dal sole attraverso la grande vetrata. E' dalle otto di stamattina che questa creatura delle nevi va giù a zigzag come una pallina da flipper sulla schiena del ghiacciaio dello Stelvio, che è levigata, compatta, priva di irregolarità, simile allo smalto sulla ceramica. Quindi la pausa per la pastasciutta, che è la nostra occasione per incontrarla, disarmata del casco e degli occhialoni alla Nuvolari. E poi salirà di nuovo ad immergersi nel suo mondo bianco, senza badare agli sbreghi sulla tenuta bluastra, portandosi dietro due paia di sci e uno zaino con borraccia (altro che i calciatori attorniati da inservienti); neanche il tempo di guardarsi allo specchio, come farebbe qualsiasi altra ventitreenne, nel sospetto che la stanchezza possa aver lasciato anche solo un piccolo segno. Sa che sarà la neve a ricaricarla di potenza e grazia. Karen di questi tempi guarda solamente i paletti, trecento paletti al giorno che Heinz Peter Platter, l'allenatore personale, pianta e ripianta disegnando traiettorie sempre più crudeli, a cercare linee estreme, sino all'ultimo centimetro, per farle raggiungere il massimo della velocità sulla neve ghiacciata. Non ha tempo per alzare gli occhi verdi, dal taglio caucasico, e godere della luce opalina che tinge l'autunno di questo estremo rostro d'Italia, lo Stelvio. Soprattutto guarda dentro se stessa, perchè sa che a partire dal 24 ottobre, prima gara di Coppa del Mondo, dovrà cominciare l'era Putzer. Lo scricciolo del Catinaccio è condannato a prendere il volo. Dopo le due medaglie ai Mondiali del 2001, argento nel gigante e bronzo nella Combinata (prima di lei solo Colò, Thoeni, Tomba e la Compagnoni erano saliti due volte sul podio in un unico Mondiale), e quel terzo posto nel super-g alle Olimpiadi dello Utah, tutti l'aspettano al varco: sarà dunque lei l'erede di Deborah Compagnoni, sarà lei a darci quella Coppa del Mondo che nessuna donna italiana è mai riuscita a conquistare? Deborah l'ha detto: "Questa ragazza è già grande, le manca l'ultimo salto". Più che un messaggio alla regina della Nazionale, la discesista Isolde Kostner, sembra un avvertimento alla gigantesca avversaria del gigante, la svizzera Sonja Nef.
Tutti sanno che straordinario, nell'altoatesina, non è tanto il fisico, 56 chili di peso e 161 centimetri di altezza (basterebbe una coscia di un Tomba per fare una Putzer) quanto il carattere, forte, piantato nell'anima come una radice di corniolo. E il talento. Questo deve allenare, il talento. Usarlo come una sciolina psicologica. Metterlo alla prova sul ghiacciaio. Dove i paletti diventano punti interrogativi da cancellare. E' con lo stesso piglio che manda in frantumi la domanda più idiota: Karen, cosa scegli tra l'amore e la neve? "Mi piace più la neve che l'amore" risponde quasi subito. E arrossisce, ma è più per rabbia che per timidezza. Una montagna di montagna non parlerà mai dell'amore. Non saprebbe che parole usare, anche se Karen le parole le ama. "Quelle scritte, però" precisa. Viene dal Classico, a Bolzano. Dove primeggiava, specialmente nella sfida delle etimologie, e nella sintassi del greco, "la madre di tutte le lingue", spiega. Potrebbe parlare in tedesco, o in italiano, oppure in inglese. Ma preferisce usare le lingue per leggere in originale i classici della letteratura e della filosofia. Nell'ambiente si dice un record l'abbia già battuto: parlare meno di Thoeni. La cosa non la turba, anche se studia giurisprudenza a Ferrara e un giorno potrebbe difendere qualcuno in tribunale. "Vedremo, sono abituata alle sfide. Le cose facili mi danno fastidio." Dice poco anche della grande amicizia nata a Salt Lake con Daniela Ceccarelli, la laziale ed estroversa compagna di nazionale con cui ha condiviso la stanza e il podio. Ricorda solo l'emozione di quando si sono appartate a imparare l'inno di Mameli, perchè, assicura, si sente molto italiana.
Arrossisce di nuovo con rabbia rispondendo ad un'altra domanda idiota: cosa prova una sudtirolese a sventolare il tricolore, come è accaduto in America? "Cosa c'entra se la mia lingua madre è il tedesco. Ci sono mie colleghe che parlano tedesco e sono svizzere" spiega in un italiano squillante, quasi senza accento. Un silenzio a volte inquietante, quello di Karen. Perchè sembra una consegna, come capita ai predestinati, ai piccoli Buddha, cresciuti con un solo obiettivo. Quello di Karen è di vincere sulla neve. Diventare leggenda da tramandare tra i masi di legno di Carezza, all'ombra del massiccio del Catinaccio, lassù nella sua Nova Levante, a millequattro. Dove oltre alla neve c'è solo il ghiaccio, dove non cresce niente, solo patate. Aveva tre anni quando papà Adolf e mamma Helga la misero sugli sci. Avevano chiamato gli altri due figli Marc e Pirmin, in ossequio a Girardelli e Zurbriggen, due fuoriclasse, ma oggi il campione l'hanno in casa. E' stato tutto normale. "La neve è stata il mio latte e la mia culla." Quest'anno la sua vita è cambiata, ha una squadra di tecnici che lavora solo per lei, è come se se fosse entrata in una specie di clausura. "Mi interessa solo vincere, non c'è spazio per niente altro. E' così. E' difficile da spiegare." Anche se non era mai rimasta lontana da casa per così tanto tempo, perchè prima degli allenamenti sullo Stelvio ha passato l'estate sulle Ande, spiega che finché è sulla neve non sente nostalgia. "Purchè ci sia da combattere". Ecco, quelli che se ne intendono dicono che questa grintaccia sia anche il suo limite, perchè quando la pendenza non è cattiva, bisogna saper essere dolci, lasciar correre gli sci, assecondarli. "Sì, sono più forte quando il tracciato è insidioso" si sbilancia. Innesta gli attacchi degli scarponi come se caricasse un kalashnikov, s'impunta sui bastoni. Quindi parte. Nonostante la discesa con due pattinate è già nel vento. Attacca sin dal primo metro, i suoi sci sembrano come su binari, girano a destra e a sinistra, ma non grattano mai troppo la neve. Il suo grande amore.